Niente slide. Niente pitch. Solo esperienza vera.
È questo il format che iubenda porta in giro per l’Europa con i Growth Sessions: incontri informali dove founder che hanno davvero costruito qualcosa condividono quello che hanno imparato, compresi gli errori.

Le storie più utili non sono necessariamente quelle dei successi. Sono quelle di ciò che non ha funzionato, e di come si è andati avanti lo stesso.
Dopo Berlino e Bologna, l’appuntamento di marzo 2026 è arrivato a Milano. Sul palco:
- Ludovico Callerio, CEO & co-founder di Testbusters (community educativa che aiuta gli studenti a superare i test d’ingresso universitari attraverso la formazione tra pari),
- Giuliano Messina, chairman & co-founder di Coverzen (broker digitale con una piattaforma su misura per emettere polizze, gestire e sviluppare un portafoglio assicurativo),
- Andrea D’Aietti, CEO & co-founder di Underdogs (un gruppo MarTech end-to-end che offre soluzioni integrate di marketing, advertising e data technology),
- a moderare, Paolo Occhipinti, Principal Expert Strategic Accounts Italy a iubenda.
Ecco un riassunto dei momenti che vale la pena sentire. Per ascoltare la versione integrale:
L’idea nasce sempre dallo stesso posto
Tre aziende diverse, tre settori diversi, tre percorsi diversissimi. Eppure tutti e tre i founder hanno iniziato nello stesso modo: risolvendo un problema che avevano loro.
- Ludovico ha fondato Testbusters mentre studiava medicina, annoiato ai banchi dell’università.
- Giuliano ha costruito il suo primo comparatore B2C partendo dalle spese che cercava di ottimizzare con i suoi soci.
- Andrea ha lasciato l’università per tre anni in Australia, è tornato e ha sviluppato il primo prodotto di quello che sarebbe diventato Underdogs perché un amico aveva bisogno di aiuto per gestire delle URL.
Le idee migliori vengono da dentro, non da analisi di mercato a tavolino. E spesso dal disagio di non trovare una soluzione già pronta.
Come si trovano i primi clienti
Nessuno dei tre ha seguito uno schema fisso.
Andrea ha trovato il primo cliente enterprise quasi per caso, quando ha incontrato il responsabile marketing di Vodafone che gli avrebbe aperto le porte del mondo Telco. Con quel case study in mano, è andato da Telecom, poi da Wind. Il vero salto di scala è arrivato dopo: un lancio su AppSumo ha dimostrato che il prodotto aveva un mercato molto più ampio di quello che immaginava.
Giuliano ha fatto il contrario di quello che ci si aspetterebbe da un’azienda B2B. Invece di puntare subito ai grandi broker, ha usato tutto quello che sapeva dal B2C: campagne digitali, acquisizione online, andare per i volumi. Prima la massa, poi il prodotto raffinato.
Ludovico ha trovato la sua leva proponendo all’Università degli Studi di Milano di organizzare eventi gratuiti di orientamento per gli studenti. Quella partnership ha generato una crescita 10x da un anno all’altro.
Tre strade diverse, eppure ognuno ha usato quello che aveva già: una rete, una competenza, un accesso diretto al pubblico. Nessuno ha cercato il percorso “giusto”, o quello più sfidante. Ognuno ha cercato un gap e lo ha riempito.
Cosa non ha funzionato
Costruire ignorando il mercato reale. Giuliano ha investito tempo e risorse in una piattaforma totalmente self-service, convinto che il settore assicurativo si sarebbe spostato online. Non è andata così: il 90% delle polizze in Italia passa ancora per un intermediario fisico. Capire prima come funziona davvero il mercato, poi costruire.
Delegare senza verificare le competenze. Andrea ha dato responsabilità gestionali a una persona storica del team che non aveva le competenze per reggere quel ruolo. Il risultato: tensioni interne e danni operativi.
Fare troppo da soli. Underdogs ha costruito molti prodotti e aperto molte società partendo da zero. Dopo alcuni fallimenti costosi, Andrea ha cambiato approccio: dal 2022, acquisisce realtà che già funzionano invece di costruirle internamente.
Restare nella propria nicchia troppo a lungo. Ludovico dice che era stato un errore andare avanti senza confrontarci con nessuno. “Se non avessi cominciato a parlare con altri imprenditori, non avrei capito che dovevo dare una svolta.”
Cultura aziendale: non è un manifesto
Su questo tema tutti e tre sono stati onesti, e nessuno ha dato risposte facili.
Andrea è stato diretto: mettere quattro valori in un documento non basta. Per lui la cultura è qualcosa di più viscerale: la curiosità come attitudine, la voglia di migliorarsi anche fuori dall’azienda. Per provare a codificarla, ha chiesto alle prime linee di descrivere Underdogs con le loro parole, non con le sue.
Giuliano punta sulla trasparenza: condividono numeri, risultati e errori con tutto il team. “È successo che una nuova persona venisse da me e mi dicesse: non mi era mai capitato di lavorare in un’azienda che condividesse queste cose con tutti.” Per lui il punto è creare un ambiente dove le persone si sentano abbastanza sicure da prendere iniziative e sbagliare, senza la paura del capo che si arrabbia.
Ludovico lo sintetizza così:“I business sono fatti di persone e le persone, appunto, sono motivate per lo più da qualcos’altro. Se non ci fosse un certo senso di coesione, d’identità palpabile, sono sicuro e sono consapevole che per me in primis sarebbe tutto più difficile. Alla fine, si tratta di chi si sveglia volentieri la mattina oppure vuole stare a letto.”
Il consiglio al sé stesso di ieri
Guardando indietro, i tre consigli convergono su un tema solo: il modo in cui si prendono le decisioni.
Avere fiducia nelle scelte difficili, anche quando non si ha tutto sotto controllo. Non sopravvalutare chi è già nel mercato: un competitor forte è spesso il segnale che il mercato vale, non che sia irraggiungibile. E rallentare prima di decidere. Meno istinto, più metodo. Le scelte più efficaci arrivano quando ci si prende il tempo di ragionare davvero.
I Growth Sessions by iubenda sono incontri dove founder condividono l’esperienza reale di costruire un’azienda. Niente slide, niente pitch. Seguici su LinkedIn per non perdere il prossimo appuntamento.